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giovedì 1/12/2011 (ore 21.30) venerdì 2/12/2011 (ore 22.00)

 

JANE EYREdi Cary Fukunaga con Mia Wasikowska, Michael Fassbender, Jamie Bell, Judi Dench [drammatico, 120’, GB/U.S.A., 2011]

Inizia in medias res questo nuovo adattamento del romanzo di Charlotte Brontë: Jane abbandona Thornfield Hall e, dapprima in preda al delirio della febbre, più tardi immersa nel riposo della convalescenza, rivive attraverso una serie di flashback le tappe salienti della propria “triste storia”, dalle angherie subite nell’infanzia all’arrivo a Thornfield, sino all’incontro con il signor Rochester. Americano, madre svedese e padre giapponese, Cary Fukunaga aveva all’attivo il grande successo indipendente di Sin Nombre, ovviamente inedito in Italia, quando ha deciso di cimentarsi nell’impresa di un nuovo adattamento cinematografico del celebre romanzo vittoriano di Charlotte Brontë. Imbattutosi nel copione scritto dalla sceneggiatrice di Tamara Drewe, Moira Buffini, Fukunaga ha fin dall’inizio dichiarato di voler lavorare con attenzione sui risvolti gotici della storia, dell’ambientazione e dei personaggi: e i risultati confermano queste intenzioni. Il suo Jane Eyre è lontanissimo dalla celebre versione di Robert Stevenson interpretata da Joan Fontaine e Orson Welles, così come dal più recente degli adattamenti, quello diretto da Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg e William Hurt. Eppure rimane coerentissimo alla sua matrice letteraria, con un afflato di fedeltà che travalica le mere circostanze narrative. Ricalcando la ricchezza interiore e il rigore formale del personaggio che gli dà il titolo e di cui narra la parabola di vita, il film di Fukunaga si aggrappa alla ruvida e gelida materialità dei luoghi e di certe mentalità, ma lascia anche spirino folate di spiritualità, di mistero e di passioni. Di spiriti, la Jane Eyre interpretata da una Mia Wasikowska che recita con la sordina e colpisce al cuore con le frequenze basse della sua ottima performance, parla fin dall’inizio. Spiriti, rumori, misteri, presagi e voci nella brughiera che rispecchiano l’irrazionale incontenibile delle passioni del cuore e della mente, che sembrano provenire dai racconti che si facevano Byron, Shelley e Polidori chiusi dalla villa di Diodati. E allora non appare un caso o un vezzo che il Rochester di Fassbender sia un personaggio decisamente byronesco: scapigliato, inquieto e volatile, quasi più rockstar ante litteram che poeta maledetto. L’amore tra i due, di conseguenza, o come causa, è allora più viscerale e appassionato di quanto il cinema ci abbia abituato a vedere, più ossessionante nella sua irrinunciabile natura. Per questo, più centrale e dominante rispetto alle altre sfumature della storia.

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