IL PROFETA

Pubblicato da Marino Filippo Arrigoni il 15 aprile 2010 nella categoria Cinema Olimpia Margine Coperta

giovedì 15 (ore 21.30) venerdì 16 (ore 22.00)


IL PROFETAdi Jacques Audiard, con  Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb [Francia, 155', drammatico]

Malik, 19 anni vissuti a entrare e uscire dal riformatorio, viene arrestato e condannato a sei anni di reclusione. Stavolta dovrà stare tra i “grandi”, dietro le sbarre della “Centrale” di Brécourt. Trascorso un burrascoso periodo di adattamento, il giovane viene reclutato dalla fazione dei corsi per eliminare lo scomodo testimone di un processo. Come Sure inesorabili di un Corano criminale, capitoli introdotti da perentorie didascalie (Reyeb, Ryad, les yeux les oreilles…) scandiscono l’impaginazione narrativa di Un Prophète, quinto lungometraggio del figlio d’arte Jacques Audiard. Il noir d’esordio Regarde les hommes tomber (1994) e i successivi Un héros très discret (1996), Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005) raccontano sostanzialmente la stessa storia: quella di individui che, messi con le spalle al muro da eventi e circostanze fortuite, scoprono o esaltano un talento sconosciuto o sopito. La rivelazione è devastante: da quel momento la loro vita non potrà più essere la stessa. Audiard firma con Un Prophète il suo lavoro più imponente e compiuto. Imponente per durata (155’) e portata allegorica (il carcere come riproduzione in scala di un’intera società); compiuto poiché parabola individuale, quadro d’insieme e tensione drammatica armonizzano perfettamente tra loro per dare vita a un’opera di esemplare durezza e feroce umanismo. Dice lo stesso Audiard: <<Un profeta è un film di genere. Un film carcerario, come Fuga da Alcatraz. Ma anche un western, come L’uomo che uccise Liberty Valance. Non volevo fare un documentario, né un film di denuncia. La metafora sociale sta nei fatti: i personaggi sono musulmani, arabi o africani, la nuova delinquenza – è un fatto statistico, non una dichiarazione razzista, basta entrare per cinque minuti in un carcere francese per rendersene conto; e poi c’è la vecchia mala còrsa, ancora un po’ “romantica”, come i gangster del Padrino. Mi affascinava molto l’idea di girare un film con molte lingue che si incrociano – arabo, còrso, francese in tutte le sue declinazioni di argot malavitoso – e che diventano barriere, che contribuiscono a separare i gruppi, le culture, le classi». Cinema morale se mai ve n’è stato uno. Grand Prix della Giuria al 62º Festival di Cannes, vincitore di ben nove premi César e candidato all’Oscar come miglior film straniero.



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